LEGGI

101 segreti sulla
Divina Commedia.

In viaggio con Dante,
tappa per tappa
                           
Visualizzazione post con etichetta Libri di storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Libri di storia. Mostra tutti i post

giovedì 17 novembre 2016

Liberate il Duce! La vera storia della liberazione del Gran Sasso!

Ben ritrovati.

Il libro di cui vi parlo oggi ha un significato particolare per me.
Pensate che inziai a leggerlo durante il viaggio di nozze, dieci anni fa (era il settembre del 2006), su una nave da crociera della Royal Caribbean.
Sì, la Royal ha anche una sala biblioteca! Sala che, naturalmente non è frequentata da nessuno dei viaggiatori, visto che in quel tipo di viaggio ci si può divertire in mille altri modi!
Ma io, che sono "pazzo" -e pazzo di libri!- e che per principio non perdo MAI, e per nessun motivo, una biblioteca, in qualunque luogo mi trovi, non potevo rinunciare a trascorrere qualche ora lì dentro, girovagando tra un mappamondo, la rassegna stampa realizzata su delle fotocopie, e gli scaffali dei volumi.
Bene, guardando qua e là, ecco che ti trovo questo libro: "LIBERATE IL DUCE!", di Marco Patricelli
Nell'immagine (purtroppo non eccezionale, ma è la migliore che ho trovato), riporto la copertina di quell'edizione:


Ora, io, che adoro la storia del Fascismo (ancorché NON il Fascismo in sé, è chiaro!), mi sono immediatamente e voluttuosamente lanciato su di esso per accoglierlo tra le mie mani e per divorarlo.
Tanto più che il sottotitolo sembrava davvero intrigante:

"Gran Sasso 1943: la vera storia dell'Operazione Quercia".
Ma, per quanto veloce possa essere nella lettura, non posso esserlo così tanto da "bermi" un testo del genere in una mezz'oretta!
Ma allo stesso tempo, era anche vero che ... mi ero appena sposato!
Ed ero in viaggio di nozze!
D'accordo che anche mia moglie ama i libri, però, obiettivamente, non potevo trascorrere troppo tempo in quel sacrario!
Così, mi sono ripromesso di leggerlo in un secondo momento.

Però ... ! Però, poi il tempo è passato. Quel libro nelle biblioteche non c'era. E nelle librerie risultava esaurito. Cioè, l'unico posto dove sembrava essere era ... la biblioteca della Royal Caribbean!!!!!

Nel frattempo ho avuto modo di vedere un documentario su RAITRE con lo stesso titolo e realizzato dallo stesso autore del libro. Un video però, un po' lento, a mio parere!

Insomma, passano gli anni e tanta acqua sotto i ponti.
Io ho cambiato lavoro ed ho avuto una figlia.
Ma ... non ho mai dimenticato quel libro!

Ed ecco che, finalmente, scopro che ne è uscita una nuova edizione. E pure aggiornata!
Eccone la copertina:




Naturalmente, lo compro subito!
E lo leggo in un batter baleno!

Scusate questa premessa un po' ampia, ma mi sembrava che in questo caso ... "ci stava"!

Purtroppo, però, devo dire che, nonostante la lunga attesa (o forse anche a causa di essa), questo libro non mi ha soddisfatto moltissimo!
In pratica, nel testo viene descritta, in modo dettagliatissimo, la cosiddetta "Operazione Quercia", cioè uno degli episodi certamente più intriganti della Seconda Guerra Mondiale: la liberazione di Mussolini dalla prigione posta sul Gran Sasso d'Italia, presso l'"Hotel Campo Imperatore", avvenuta il 12 settembre del 1943.


L'albergo in cui Mussolini era prigioniero, 
in una fotografia ripresa dai tedeschi il giorno della sua liberazione
Di Bundesarchiv, Bild 101I-567-1503A-05 / Toni Schneiders / 
CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, 

 Il testo ricostruisce molto bene, nei dettagli, tutta l'operazione. Ma non si limita a questo. Vuole anche portare avanti una tesi, che -credo- sia ormai quella accettata dal grosso degli storici e che è diventata quella ufficiale.
Storicamente, il merito dell'operazione è stato attribuito per molti anni al capitano delle SS Otto Skorzeny. Questi era il responsabile degli aspetti spionistici, che certamente non furono irrilevanti nell'episodio. Però, nel corso dell'azione riuscì a mettersi in mostra e a risultare l'artefice di tutto il processo.
Invece, in realtà, la parte operativa (e l'effettivo merito di essa) era stata messa in atto da altri due personaggi: il generale Kurt Student, fondatore dell'arma dei paracadutisti, e il maggiore dei paracadutisti e comandante del Lehrbataillon Harald-Otto Mors.

Come scrive Patricelli, "Hitler ordina, il generale Student coordina, il maggiore dei paracadutisti Mors elabora ed esegue, l'SS Skorzeny diventa eroe."!

L'autore ricostruisce a perfezione tutte le varie fasi dell'operazione, soffermandosi anche su alcuni dati biografici e caratteriali dei personaggi, facendo emergere in conclusione la verità storica (o almeno quella si può desumere dai documenti e dalle testimonianze).
In sordina, viene accennato anche ad un certo lassismo da parte italiana, quasi ad un sottile desiderio da parte delle autorità italiane di voler coscientemente lasciare andar via Mussolini. Questa tesi viene sviluppata invece nel documentario di cui dicevo prima.

Al centro da sx: il maggiore Harald-Otto Mors, 
il capitano delle SS Otto Skorzeny, Benito Mussolini
Di Bundesarchiv, Bild 101I-567-1503C-15 / Toni Schneiders / 
CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, 

Questo è il succo del saggio. Che però, come dicevo, non mi ha soddisfatto del tutto.
L'operazione Quercia, vista dagli storici e\o dagli osservatori di oggi, appare come arditissima e la sua ricostruzione può risultare molto avvincente. Però, la descrizione fatta nel libro, sebbene molto precisa nei dettagli, mi è sembrata un po' farraginosa e confusa. E decisamente poco coinvolgente. Cioè, l'argomento si presta benissimo al racconto, ma la narrazione non riesce a rendere bene la suspense degli eventi.
Per carità, consiglio comunque di leggerlo perché credo che sia il testo più completo sull'argomento. Inoltre, penso che un amante di storia possa apprezzarlo in ogni caso. Però, credo che si sarebbe potuto fare di meglio.

Alla prossima!
Saluti.




lunedì 19 settembre 2016

La passione di un italiano nella Prima Guerra Mondiale! Piume baciatemi la guancia ardente!

Buongiorno a tutti.

Purtroppo, la storia lavora spesso sugli uomini e i ricordi come un grande vortice: travolge tutto e tutto disperde qua e là, stabilizzandosi solo su qualche traccia o qualche pezzo di vita.
Così, la Storia con la S maiuscola mantiene in sé solo alcuni grandi o piccoli episodi, a volte quasi sembrando di agire a caso.
Per questo, io amo molto cercare quei libri che vanno a riscoprire degli episodi piccoli e dimenticati. 
Forse solo perché sono curioso! O forse perché credo che a fare la "Storia" contribuisca anche la "storia", quella piccola, minuta. Quella sconosciuta ai più!

Così, quando mi è capitato tra le mani questo piccolo volume, l'ho letto con passione.

E' scritto da Vera Ambra e si intitola:

PIUME BACIATEMI LA GUANCIA ARDENTE


Si tratta di un romanzo liberamente ispirato alla vita del Bersagliere Ten. Salvatore Damaggio.
Un romanzo che però alterna il racconto vero e proprio ad una serie di riferimenti ad alcuni dei principali eventi storici della Prima Guerra Mondiale. Cosa che rende più agevole e gradevole la lettura.

Ma vediamola nella sostanza.
In pratica, il testo ricostruisce un piccolo -ma importante- episodio della Prima Guerra Mondiale avvenuto nello scacchiere del Pasubio il 2 luglio 1916.
Qui, gli Austriaci, dopo aver rovesciato una vera e propria tempesta di fuoco sul corpo d'armata italiana, sono ormai sicuri di avanzare per impadronirsi di un passo di importanza strategica per entrambi gli eserciti in lotta. Invece, senza aspettarselo in nessun modo, incontrano la decisa resistenza di Salvatore Damaggio (Tenente dei mitraglieri) e di sette commilitoni (da lui guidati) e, come lui, superstiti dalla precedente battaglia.
In modo del tutto inaspettato, ma grazie ad forte spirito di eroismo e di sacrificio, gli otto uomini riescono a respingere l'attacco austriaco e a impedire la sua avanzata.

Quindi, siamo in presenza di una storia vera ed intensa.
L'autrice ha deciso di raccontare questo episodio utilizzando la struttura di un romanzo piuttosto che di un saggio, probabilmente perché ha cercato di penetrare all'interno della mentalità e della psicologia dei personaggi.

La cosa risulta abbastanza evidente anche dal fatto che il racconto procede attraverso una serie di feedback e che è condotto in gran parte in prima persona (direttamente dalla voce e i pensieri di Damaggio)
Intanto, si apre raccontando di un giorno molto lontano da quel 2 luglio 1916. E' il 1933, e Salvatore Damaggio si trova in una situazione del tutto diversa da quella della guerra. Ora fa il medico. Anche se il pensiero di quello che ha fatto in quei giorni lontani,dei morti, lo tormenta ancora:

"Soltanto il miglioramento e la guarigione dei miei pazienti era in grado di sollevare quel peso con cui avevo imparato a convivere, e qualche volta a ignorare"

Improvvisamente, viene a sapere di essere considerato un eroe. E la cosa lo sorprende:

"Un eroe perché?", si chiede, "Per aver compiuto il mio dovere?".

Il motivo è che la cittadina di Schio, che nel 1916 sarebbe stata invasa se lui e i suoi compagni non fossero intervenuti, vuole premiarlo ed onorarlo. Lui non vorrebbe: "adesso la mia vita è qui. [...]. Adesso sono altre le armi con cui combatto le mie battaglie.".

La delegazione insiste, e alla fine l'uomo cede.
Ma non prima di aver rievocato il suo passato, quei giorni lontani ma sempre vivi nella sua mente e nel suo cuore:

"mi venne da piangere ripensando a quel ragazzino innocente che ero stato quando, con in testa un improvvisato cappello da bersagliere, cantavo: «Piume baciatemi la guancia ardente».

Questi versi, che danno il titolo al libro, fungono quasi da filo conduttore del racconto. Si tratta di un verso di una canzone dei Bersaglieri, che risuona continuamente nella testa del piccolo Salvatore Damaggio che, fin da bambino, sognava di diventare Bersagliere. 
La canzone, insieme agli scritti di Giuseppe Mazzini, ispirano la sua vita e lo fanno avvicinare alla guerra con l'entusiasmo di molti giovani patrioti di allora.
Guerra che poi andò come tutti sappiamo, con tutti i suoi drammi e le sue disillusioni.
Tuttavia, il coraggio, il patriottismo, la passione di Damaggio rimasero saldi fino alla fine, anche ben oltre l'episodio del racconto.

Un po' di retorica in un testo di questo tipo, è inevitabile!
Ed io, personalmente, non amo la retorica, tanto più quella di tipo patriottico. Però, secondo me, questo testo può risuotare molto gradito (soprattutto -ma non solo- a chi ama la storia). Dal racconto infatti, si emana tutto il respiro di un'epoca. Sembra di leggere un libro antico, scritto in quei tempi, con la passione e la psicologia di allora. In esso si può rivivere tutta la memoria e la coscienza di una generazione.

L'autrice, Vera Ambra, al 64o raduno dei Bersaglieri.

Lo consiglio.

Saluti.
Alla prossima!





giovedì 31 marzo 2016

La straordinaria capacità attrattiva dei criminali al potere!

Ben ritrovati!

Oggi voglio toccare un argomento di estrema attualità: la follia omicida che guida e che ha guidato in passato feroci regimi e crudeli dittatori.
Le atrocità dell'Isis e dei vari regimi dittatoriali devono per forza trovare una spiegazione. Certo, sono quasi sempre sorretti da ragioni economiche e politiche. Ma forse il loro successo si può spiegare anche in un altro modo. In qualcosa, per dir così, di «psicologico».

Tutti conosciamo l'enormità dei crimini compiuti dai grandi dittatori, quali Hitler, Stalin, Pol Pot, ecc.. E tutti, probabilmente, ci saremo chiesti quantomeno due cose.
Primo: da cosa nascono questi crimini?
Derivano da interesssi specifici, magari economici o politici? O sono solo frutto della mente malata di questi dittatori e dei loro proseliti?
Secondo: come è possibile che la popolazione, o almeno gran parte di essa, possa aver accettato delle atrocità di questo tipo?

So bene che molti sono convinti del fatto che dietro a questi crimini ci fossero (e ci siano) degli interessi -economici, politici, militari, ecc.- ben precisi, piuttosto che essere solo il risultato di menti criminali.
Personalmente, dopo molte letture, credo di poter affermare con una certa sicurezza che spesso siamo in presenza di vere e proprie menti criminali, che fanno quello che fanno a causa di forti traumi psicolgici interiori; ma che tuttavia, i loro crimini vengano utilizzati da gruppi di interesse per creare terrore e mantenere così un certo status di potere.
Per capirci: nella Repubblica di Weimer di inizio anni Trenta, c'era più di uno che desiderava l'avvento di un potere dittatoriale. Probabilmente, anche molti cittadini comuni aspiravano ad avere un "uomo forte" che prendesse il potere. Se non ci fosse stato Hitler, probabilmente ci sarebbe stato qualcun'altro. Magari questo qualcuno avrebbe anche messo in atto una repressione verso gli Ebrei (si doveva trovare un capro espiatorio, no?). Ma non è scritto da nessuna parte che questo regime doveva configurarsi come quello Nazista. Se non ci fosse stato un pazzo come Hitler a sapersi muovere in quelle circostanze, le cose sarebbero andate, probabilmente, in modo molto diverso.

Tuttavia, detto questo, restano delle domande.
Come è possibile che dei pazzi simili riescano a prendere il potere e a fare quello che hanno fatto?
E come è possibile che la popolazione possa accettarli?

Bene.
Ho recentemente letto un libro molto interessante, scritto da un professore di Clinica psichiatrica -Gian Carlo Nivoli- che mi sembra rispondere bene a entrambe queste domande.
Il titolo del libro è Assassini dell'umanità, ed è edito da Centro Scientifico Editore (prima edizione 2003).



Scrive l'autore:
«L'assassino dell'umanità manifesta un disturbo mentale legato a un patologico desiderio di distruggere la vita degli esseri umani», ma è anche dotato di una «"notevole abilità manipolatoria" [...] su grandi massi di persone [...]. Questi tiranni si sono dimostrati particolarmente intelligenti nel capire e sfruttare a proprio vantaggio le circostanze sociali, abili nei rapporti personali, astuti nel progettare e percorrere con successo una propria carriera sociale, politica, economica, militare, religiosa ecc..".

In effetti, uno potrebbe chiedersi: ma se Hitler è stato così abile a prendere il potere, allora, doveva avere qualche forma di intelligenza. Com'è possibile che fosse anche pazzo?

Nivoli fa presente come la «sagacia manipolatoria» e l'«abilità nel suggestionare gli altri» sia «propria di molti criminali. Ricordiamo, tra questi ultimi, gli psicopatici violenti omicidiari, soprattutto allorquando vengono ricoverati in ospedale psichiatrico giudiziario e sottoposti a un tentativo di trattamento e riabilitazione sociale. Costoro riescono sempre con grande facilità a sedurre, dividere, strumentalizzare il personale che cura il loro reinserimento. Per esempio, quasi sempre riescono a fa entrare in rotta di collisione le varie autorità e i loro sottoposti (ad esempio, il caporeparto e i suoi dipendenti) sfruttando, con intelligenza, non solo le emozioni delle persone ma eventuali lacune oiettive del sistema sanitario e rieducativo. [Grassetto mio]».
Quindi, non stupisce che pazzi come Stalin od Hitler (o esempi più recenti) possano riuscire a manipolare, sia quelli che stanno loro intorno, sia le grandi masse. Questa capacità è tipica proprio di questi tipi psicologici (malati). Del resto, chiunque abbia visto qualche puntata di Criminal minds, può aver osservato mettersi all'opera dei maniaci dotati però di grandi capacità progettuali per i fini che si propongono.

Nelle enormi stragi compiute da questo tipo di dittatori sanguinari non c'è, secondo me, praticamente niente di razionale. Per far capire il concetto: gli schiavisti americani erano spesso dei sadici di prim'ordine. Tuttavia, la ragione prima dello schiavismo non era il desiderio di soddisfare questo sadismo, ma quello di rispondere a ben precise esigenze economiche (consiglio questo libro). Nei massacri hitleriani, spesso gli Ebrei venivano sfruttati nelle industrie, ma solo in via secondaria. Piuttosto, il lavoro era una forma di tortura, un modo per ucciderli, piuttosto che un modo per guadagnarci sopra (e su questo, consiglio quest'altro libro). Come primo elemento c'era il sadismo. E lo stesso vale per i crimini staliniani.

Ma come è possibile che le masse abbiano seguito questi folli nella loro opera di distruzione?
Il libro di Nivoli mostra, pur senza approfondire (ma volutamente: non è uno storico), i modi in cui Hitler e Stalin riuscirono a manipolare chi gli stava incontro, per arrivare a prendere il potere. E anche il modo in cui riuscirono a lavorarsi la popolazione per mantenere quello stesso potere.
Abbiamo detto che queste capacità di manipolazione fanno proprio parte di queste personalità criminali. Però, evidentemente i popoli sono sempre facilmente disponibili ad essere affascinati dai pazzi.

Certo, è anche vero che «più un popolo è insicuro, senza speranza, fragile e frustrato, più cerca un "salvatore" che possa far uscire allo scoperto tutta l'aggressività accumulata nelle continue frustrazioni e poi dirigerla verso precisi capri espiatori che diventano i colpevoli da abbattere e distruggere. Avranno campo libero i sentimenti maniacali di grandezza: tutto sarà possibile attraverso la sicurezza e la potenza di un gruppo sociale eletto e invincibile».

Nivoli utilizza le figure di Hitler e Stalin come esempi di due modelli un po' diversi: quello prevaentemente «omicidario» (Stalin) e quello prevalentemente «suicidario» (Hitler). In quest'ultimo, oltre alla componente omicidaria, ci sarebbe anche quella autodistruttiva, non solo della propria persona, ma anche del proprio paese. Si ricordi infatti che Hitler alla fine non uccise solo sé stesso, ma avrebbe voluto distruggere anche tutta la Germania.
Però ripeto, i due personaggi hanno un valore solo esemplificativo. La questione si allarga a tutte le tipologie dei pazzi criminali che dominano il mondo.

L'argomento, a mio parere, è di strema attualità. Infatti, «uno sguardo alla cartina geopolitica del mondo permette di classificare, seppur in modo grossolano e opinabile, come democraticisolo all'incircail 50 per cento dei regimi statali attuali. Tra la restante metà dei popoli che non possono contare su un sistema rappresentativo reale, la proporzione di dittatori, tiranni, criminali di guerra ecc. assurti alla posizione di comando potrebbe variare tra il 20 e il 40 per cento. Allo stato attuale, nel mondo, non meno di una dozzina di leader potrebbero essere considerati, dalla maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa occidentali, come delinquenti e come despoti crudeli e sanguinari».

L'argomento è duro, ma merita di essere approfondito. E questo testo mi sembra un buon punto di partenza.

Saluti a tutti.

Alla prossima.







mercoledì 2 marzo 2016

La maledizione (svelata) del Titanic!

Ben ritrovati.

Ho avuto modo di leggere un simpatico libretto, una sorta di pamphlet scritto da Massimo Polidoro, relativo al Titanic: La maledizione del Titanic.



Polidoro è un noto «investigatore del mistero» e del paranormale, tanto che è attualmente segretario nazionale del Cicap, l'organizzazione che ha come scopo -cito dal loro sito- di promuovere «un'indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale, dei misteri e dell'insolito».
Premetto subito che non condivido sempre e del tutto l'impostazione e le idee del Cicap, e che non sempre mi trovo d'accordo con le affermazioni dei suoi aderenti, tra cui anche lo stesso Polidoro. Personalmente credo che la cosiddetta «realtà» sia qualcosa che va ben oltre quello che può essere misurato «scientificamente»! Ma questo è un mio parere personale.
Tuttavia, è anche vero che il mondo è pieno di imbroglioni e falsificatori che è giusto smascherare. E questo, il Cicap lo sa fare molto bene!
Così, mi sento di consigliare questo libricino perché mi sembra molto ben fatto. Pur nella sua sinteticità, infatti, riesce a trattare l'argomento in modo documentato ed approfondito.




L'argomento, è subito evidente, è quello dell'affondamento del Titanic, la straordinaria nave che il 15 aprile 1912 entrò in collisione con un iceberg e che in sole tre ore affondò nell'Oceano trascinando con sé oltre 1.500 persone. Un episodio che suscitò subito molto clamore, non solo per la sua tragicità, ma anche per il contrasto con il «mito» che si era creato intorno ad una nave descritta e ritenuta da tutti come inaffondabile. La risonanza dell'evento fu tale che ben presto venne assegnato a sibolo della fine di un'epoca, quella della Belle Époque, un periodo di grande ottimismo andato poi a «sbattere» contro la Prima Guerra Mondiale.

La cause del disastro, ormai è abbastanza noto, furono diverse. Alcune responsabilità ancora non sono state chiarite, ma in linea di massima si può dire che le cause furono dovute soprattutto ad errori umani, alla presunzione di chi sottovalutò i rischi (vedette non fornite di binocolo, velocità eccessiva in una zona piena di iceberg, carenza di scialuppe di salvataggio, ecc.).
Tuttavia, subito dopo l'evento emersero alcune voci relative a premonizioni, sogni, preveggenze che avrebbero anticipato il fatto, e che -se fossero ascoltati-avrebbero potuto prevenirlo.
Naturalmente, si tratta di «segnali» la cui affidabilità è abbastanza facile da smontare. Tuttavia, c'è un episodio interessante, anche se abbastanza noto. Nel 1898, Morgan Andrew Robertson pubblicò un racconto intitolato Futility (Vanità) e che raccontava il naufragio di una nave molto simile al Titanic: il Titan. Sia la descrizione della nave che quella del naufragio hanno veramente molte affinità con l'evento reale. Si tratta dunque di una premozione?
Ovviamente no. La somiglianza è facilmente spiegabile, e Polidoro, nel suo libro, mostra il perché. Ma qui, in due parole, diciamo solo che non era una cosa assurda -una volta che si voleva immaginare un incidente di una grande nave- né pensare ad un iceberg, né ai numeri del Titanic, e neanche allo stesso nome «Titan» (visto i nomi che la stessa compagnia del Titanic aveva già dato, prima dell'uscita del libro, ad altre navi: Oceanic, Teutonic, Majestic, ecc.)! Certo, rimane vero che fu una straordinaria coincidenza il fatto che a naufragare fu proprio la nave che portava quel nome!

Il testo è diviso in 7 parti. Nella prima viene descritto (con numeri e dati) l'evento. Nel secondo, i vari «presagi». Un intero capitolo è dedicato alla questione del Titan. Il capitolo 4 approfondisce la questione della «maledizione» del Titanic. Il capitolo 5 smonta tutte le teorie paranormali indicate prima. Ma è interessante anche il capitolo 6, dedicato alle varie inchieste fatte -in America e in Inghilterra- per determianre le cause del disastro. L'ultimo capitolo, infine, è dedicato agli approfondimenti: vengono indicati libri, film, documentari, canzoni, ecc..
Naturalmente, tra questi ultimi, sono presenti anche il famosissimo film di Cameron del 1997 e l'album (da me molto amato) di Francesco de Gregori (di quest'ultimo, segnalo due canzoni: Titanic e I muscoli del capitano).

Il libro è molto piccolo (113 pagine) ed è corredato da una bibliografia. E risale al 1998.
Per completezza, aggiungo che Polidoro, recentemente, ha scritto un altro libro sul Titanic, un romanzo, intitolato Titanic. Un viaggio che non dimenticherete (Edizioni Piemme, 2012).


Saluti a tutti.
Alla prossima.

lunedì 25 gennaio 2016

Il sogno di Cavour: creare l'Italia del Nord!

Ben ritrovati!

Oggi voglio parlarvi di un libro un po' vecchiotto ma sempre interessante! Si tratta de Il regno del Nord, di Arrigo Petacco.

 

Petacco è un autore che amo molto, perché nei suoi libri un ricco insieme di informazioni e curiosità viene miscelato mirabilmente ad uno stile scorrevole e brillante. Certo, molti dati possono apparire una sorta di «pettegolezzi», ma in fondo la storia è fatta anche di questo, e non solo di date, eventi, grandi personaggi. Inoltre, non è detto che a volte, a determinare certi eventi non siano stati dei piccoli particolari, magari poco noti al grande pubblico.

Ma veniamo al libro in questione.
«Il Regno del Nord. 1859: il sogno di Cavour infranto da Garibaldi».
Il tema è quello degli eventi «risorgimentali» del 1859. Ma sono descritti con una prospettiva particolare, e cioè quella del «progetto» cavouriano: la creazione, NON dell'Italia così come la conosciamo,  ma limitata al «regno del Nord», cioè ad un'area che non arrivasse nemmeno a Roma. Un progetto che saltò per la testardaggine di Garilaldi (supportato dal Re) nel voler unificare la penisola.

«In realtà Cavour non ambiva affatto a unire in un corpo unico l'intera penisola. Uomo del suo tempo, non era scevro dai pregiudizi regionalistici e antimeridionali molto diffusi negli ambienti subalpini, e non era neppure esente dà quei sentimenti di rigetto e di chiusura che l'arroganza del Nord industrializzato nutriva e avrebbe continuato a nutrire nei confronti del Sud nei momenti di crisi nazionale economica e politica».
«Nel Parlamento torinese, per esempio, si ironizzava spesso, con poca cortesia, «sull'incapacità degli italiani del mezzodì», mentre lo stesso Cavour, esaminando in seguito l'ipotesi del costituendo Regno dell'Italia centrale, avrebbe osservato pregiudizialmente che «Firenze non sarà mai in grado di governare la popolazione emiliana che è dieci volte più forte di quella toscana. Se uniremo Firenze a Bologna sarà quest'ultima a dominare, perché la razza cispadana è migliore della razza etrusca...».»
E' vero che «non possiamo escludere che Cavour consi- derasse la possibilità di soluzioni diverse in avvenire», ma «in quel momento il suo spirito pratico lo spingeva ad affrontare il problema principale: «L'imperatore [Napoleone III]» sottolineava nella sua lettera al re «si è impegnato a cacciare gli austriaci dall'Italia e a non lasciare loro un pollice di terreno al di qua delle Alpi e dell'Isonzo. E questo è ciò che conta» concludeva soddisfatto».
«Uomo del suo tempo, legatissimo al suo Piemonte, egli nutri sempre progetti politici limitati alla creazione di un «Regno del Nord» che assorbisse la parte più ricca della penisola e fosse inserito in un si- stema federale che doveva comprendere gli altri Stati italiani. Fu l'inattesa conquista del Regno di Napoli da parte di Garibaldi a vanificare il suo progetto.
Egli, per la verità, aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile per impedire a Garibaldi di realizzare la sua «folle» impresa. Anche dopo la conquista della Sicilia aveva continuato a sperare che quell'avventura abortisse tenendosi pronto a sconfessare i rivoluzionari garibaldini»
.

Del resto, questo era anche il progetto di Napoleone III: 
«Anche l'imperatore si era detto d'accordo e, dopo avere perlustrato tutte le possibilità, avevano trovato un'equa soluzione: l'Italia del Nord ai Savoia, l'Italia del Sud a un «napoleonide» e quella di mezzo a entrambe le case regnanti con un opportuno matrimonio di Stato».

Quello di Cavour e Napoleone, comunque, era un progetto politico-economico, che andava oltre qualunque pregiudizio. Ma questo non valeva per tutti i politici di allora.
Quando Luigi Carlo Farini fu inviato da Cavour a Napoli dopo la conquista di Garibaldi, appena giunto in città scrisse al primo ministro: «Altro che Italia, signor conte! Questa è Affrica [sic]. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono un fior di virtù civile!». «Era con tali sentimenti», commenta Petacco, «che i fratelli del Nord si preparavano all'integrazione con i fratelli del Sud.»

Il racconto degli eventi inzia con l'«evento clou» della vicenda: gli accordi presi da Cavour e Napoleone III a Plombières il 21 luglio 1858:

«due uomini di mezz'età, eleganti nei loro abbigliamenti estivi di fresco lino, vagabondando in calesse lungo la vallata boschiva come due normali turisti, decisero, di comune accordo e con freddo cinismo, di scatenare una guerra per rivoluzionare la carta geopolitica dell'Europa e creare un nuovo Stato federale del quale furono delineati anche i confini. Solo sulla scelta del nome da assegnargli erano ancora incerti. Uno avrebbe preferito chiamarlo «Lega italica», l'altro «Confederazione italiana»»

Dopodiché, lo sgurado torna indietro, ai tentativi di Carlo Alberto di conquistare la Lombardia, al fallimento del 1848, e poi di nuovo al 1858-59, ai Mille, alla II Guerra d'Indipendenza fino alla conclusione che tutti conosciamo: l'unità d'Italia e la morte di Cavour (avvenuta di lì a poco). a chi ama la storia, gli evneti principali sono noti. Petacco si sofferma sui particolari meno noti.

Il testo si sofferma sulla descrizione dei vari personaggi, sulla loro personalità, sulla loro storia: la «tumultuosa biografia» di Napoleone III, l'astuzia di Vittorio Emanuele II e la furbizia di Cavour. Ma anche su Gioberti, Cattaneo, Mazzini («tutti e tre di estrazione borghese e di orientamento repubblicano, ma sostenitori di tesi e di propositi contrastanti e tutti quanti destinati a un onorevole fallimento») e sulla Contessa di Castigione, Virginia Oldoini. A quest'ultima, Petacco assegna anzi, un ruolo importante, per la sua missione di amante di Napoleone in nome dell'Italia. E forse esagera. Ma il racconto risulta interessante.
Ma il ritratto più bello è certamente quello di Maria Sofia di Borbone.
«Maria Sofia, sorella dell'imperatrice Elisabetta, la romantica «Sissi», era una ragazza, per così dire, moderna. Vivacissima, colta e sporti- va, cavalcava, tirava di scherma, nuotava e fumava persino, mentre lo sposo [Francesco II] era tutto l'opposto di lei».
Petacco la dipinge con l'aura quasi di un'eroina. Per esempio, riporta questo episodio. Quando il piemontese Cialdini stava per far cannoneggiare la fortezza di Gaeta «aveva cavallerescamente invitato i difensori a innalzare una bandiera nera sul palazzo abitato dalla regina che «per rango e per sesso merita da me ogni riguardo». Maria Sofia gli aveva risposto con orgoglio che di bandiere ne sarebbero servite troppe «perché io intendo essere dovunque combatte un mio soldato»».

Diversi sono i particolari, i piccoli episodi, i piccoli eventi che hanno fatto la storia: si pensi all'incidente occorso alla carrozza su cui stava viaggiando l'arcivescovo di Milano, l'austriaco Gaysruk, che «stava recandosi a Roma con il compito di appoggiare il candidato raccomandatogli da Vienna» al posto del futuro Pio IX:
«Il guasto si verificò nei pressi di Fidenza, che allora si chiamava Borgo San Donnino, e occorsero quattro giorni per eseguire le ripa- razioni. Per nulla allarmato, Gaysruk aveva atteso con santa pazienza di riprendere il viaggio. Era certo che il conclave sarebbe andato per le lunghe come al solito: eppoi, chi avrebbe mai osato prendere una decisione prima del suo arrivo? Invece si sbagliava. Fra la sorpresa generale della folla che tradizionalmente attendeva la fumata bianca in piazza San Pietro, quel conclave si concluse in soli due giorni. Un evento che non si verificava da secoli».

Il racconto procede speditamente, e va svelando di volta in volta le speranze e i progetti che caratterizzaro le scelte dei vari personaggi.
A Cavour, per dire, «appariva chiaro che, come il piccolo Piemonte, anche la Francia doveva essere interessata a ribaltare l'assetto europeo restaurato a Vienna nel 1815 e a smantellare il fronte reazionario della Santa Alleanza che, dopo aver abbattuto l'impero napoleonico, aveva consentito all'Austria di estendere il proprio dominio sulla penisola italiana». Infatti, «Se l'imperatore» confidava in quei giorni a Costantino Nigra, il suo fidatissimo segretario particolare, «intende raggiungere i suoi scopi, non può farsi troppe illusioni sulle simpatie dei sovrani delle vecchie dinastie che continueranno a considerarlo un pericoloso parvenu. Egli non potrà che contare su quei popoli che aspirano a riconquistare la loro indipendenza, primo fra tutti quello italiano».
«Naturalmente, sarebbe ora ingenuo sostenere che l'imperatore fosse pronto a impegnarsi in una guerra contro l'Austria solo per generosità d'animo. Certo, questa non gli mancava, essendo egli veramente af- fezionato all'Italia, sua seconda patria, ma Cavour aveva anche penetrato le ragioni profonde di tale sua decisione, che erano ragioni psicologiche e politiche. Tra le prime figurava il richiamo sentimentale agli impegni che Napoleone aveva assunto nel 1831 con i carbonari italiani, nonché il timore di una vendetta da parte di quei rivoluziona- ri che lo consideravano uno spergiuro. [...]. Tra le ragioni di ordine politico che animavano Napoleone, si na- scondeva, secondo Cavour, il vasto disegno imperiale di togliere al- l'Austria il predominio sull'Italia al fine di costituire una costellazio- ne di piccoli Stati nazionali che sarebbero divenuti altrettanti satelliti dell'astro centrale rappresentato appunto dalla Francia».

Il libro rimette anche un po' di ordine nei meriti e nelle responsabilità storiche.
Per esempio, tra i due sovrani degli anni Trenta, «Ferdinando [II di Borbone] è stato certamente il più calunniato e Carlo Alberto [di Savoia] il più giustificato. La storiografia risorgimentale ha infatti patriotticamente sorvolato sulle gravi responsabilità di que- st'ultimo e sui feroci processi politici che si registrarono nei primi anni del suo regno».
Ferdinando «si prestava facilmente alla critica per il suo comportamento grossolano. Di carattere impetuoso e autoritario, si esprimeva in dialetto napoletano usando un linguaggio da stalliere. Dava del tu a tutti, disprezzava la cultura e chiamava pennaruli gli intellettuali, ma sapeva farsi amare dal suo popolo [...]». Inoltre, si era «rivelato uomo di polso. Aveva ripulito la corte dei ministri e dei faccendieri più corrotti, emanato un'amnistia generale e reintegrato nel grado i vecchi ufficia- li murattiani che erano stati espulsi dall'esercito. Risanò anche il bilancio dello Stato riducendo drasticamente il suo stesso appannaggio reale e dimezzando o eliminando del tutto le rendite passive che suo padre aveva distribuito con manica larga ai suoi cortigiani».
Di Carlo Alberto, Mazzini («forse esagerando») scriveva Mazzini: «Era un furore senza grandezza di fine. [...]. Parea temesse di vedersi strappate le vittime. Aveva chiesto sangue e dava sangue. Le mani della sua giustizia somigliavano a quelle dell'assassino... »
«Sotto il suo regno vennero realizzate molte riforme per favorire lo sviluppo economico, ma nei confronti del movimento liberale il sovrano era rimasto ostile, continuando a indirizzare la sua politica all'ortodossia legittimista, all'amicizia con l'Austria e alla totale devozione alla Chiesa».

Con lo stesso stile, viene in parte riabilitata la figura di Franceschiello, Francesco di Borbone. Il personaggio non mancava di debolezze e di ingenuità, ma era comunque bonario ed onesto. 
«Francesco era cresciuto nel culto della madre, morta subito dopo il parto. Suo padre si era poi risposato con la granduchessa Maria Teresa d'Austria che gli a- veva scodellato dodici figli in tredici anni. [...]. Non amato dalla matrigna, [...], Francesco era stato allevato dai preti e in particolare da monsignor Nicola Borelli, il cappellano di corte, dell'ordine degli scolopi, che lo aveva indottrinato in maniera tale che il povero giovane, già timido per natura, ne era sortito bigotto, fatalista, superstizioso, introverso e anche sessualmente impedito. Basti dire che quando era ancora fanciullo uno scolopio era incaricato di vegliarlo durante la notte per impedire che nel sonno commettesse involontari «atti impuri»». E così via.
Ma leggiamo questo passo:
«La mattina del 6 settembre 1860 la coppia reale [Francesco e Maria Sofia] abbandonò il palazzo portandosi appresso pochi bagagli. Maria Sofia vi lasciò il suo intero guardaroba e Francesco disdegnò persino di ritirare dalla banca il suo patrimonio personale che consisteva in undici milioni di ducati, cui si erano aggiunti i cinquanta milioni di franchi oro che Ferdinando II aveva depositato, per prudenza, presso la Banca d'Inghilterra, ma che Francesco, con un gesto patriottico, aveva fatto rientrare in patria.»

Certo, ormai tutte queste cose sono più che note alla critica storica. Ma credo che noi che facciamo parte del cosiddetto «grande pubblico», ma di quel «grande pubblico» che ama la storia, possiamo apprezzarle!
Veramente un libro consigliato!

Un caro saluto a tutti.
Alla prossima!

N.B.
TUTTI I GRASSETTI SONO MIEI.

venerdì 11 dicembre 2015

I Generali di Hitler!

Ero in Biblioteca, e lì ho visto un libro che subito ha attratto il mio interesse.
Si tratta di Storia di una sconfitta, di B.H. Liddell Hart (BUR Saggi, 11,90 euro).
La prima edizione è abbastanza vecchiotta, risale al 1948. Ma l'autore ha rivisto il testo alla fne degli anni Settanta.
Riporto di seguito la sintesi ufficiale del libro:

«Alla fine della Seconda guerra mondiale si presenta un'occasione storica irripetibile: i generali e gli ammiragli di Hitler caduti prigionieri degli Alleati vengono interrogati e rispondono a caldo su come e perché sono stati battuti e costretti alla resa senza condizioni. Ne approfitta Liddell Hart, storico dell'arte militare del nostro tempo. Le campagne di Francia, di Russia, d'Africa, dei Balcani, i campi di battaglia in Occidente e in Oriente vengono così ripercorsi nella particolare ottica di quell'esercito che non riuscì a vincere la guerra».

                                                                                         

In sostanza si tratta di una sorta di storia del periodo Nazista vista con gli occhi dei generali e dell'esercito.
Come tutti i libri che parlano di guerra anche in questo compaiono dei passi abbastanza «pesanti», quelli che descrivono le battaglie e le motivazioni delle sconfitte e/o delle vittorie.
Però, nell'insieme risulta un libro molto interessante da vari punti di vista. Anche perché l'autore utilizza delle testimonianze raccolte in prima persona dai generali tedeschi.

Io ho imparato, per esempio, una cosa importante: che l'esercito tedesco non ha appoggiato in nessun modo l'avvento del Nazismo, anche se si potrebbe credere il contrario. Anzi, alcuni generali cercarono di ostacolare l'ascesa di Hitler, cosa per cui in seguito furono messi da parte. Il testo ricostruisce in modo accurato tutte le varie fasi dell'ascesa del partito Nazista inquadrandola in 
rapporto con l'esercito, e mostra come non ci fu affatto compiacenza da parte dei generali ad Hitler.

Questa ricostruzione degli eventi realizzata attraverso il punto di visto dell'esercito prosegue per tutto il testo: da tutti gli eventi di politica estera e militare degli anni '30 a tutti quelli della Seconda Guerra Mondiale. Qui è impossibile riassumerli, e vale la pena di leggerli direttamente. Ma c'è almeno una cosa su cui vorrei puntare l'attenzione.

I Generali, perlopiù, si opposero anche a due delle scelte più «strane», per dir così, fatte da Hitler durante la guerra. Mi riferisco al suo desiderio, da un lato di evitare a tutti i costi uno scontro con l'Inghilterra, e dall'altro, di attaccare la Russia.
L'episodio più eclatante è forse quello di Dunkerque: dopo la sconfitta durante la battaglia, le truppe inglesi riuscirono a sfuggire all'inseguimento dei tedeschi e a ripiegare sulla Manica. L'evento fu «caricato» molto dall'Inghilterra, ma in realtà, gli inglesi non erano «riusciti a fuggire». Piuttosto, i tedeschi li avevano letteralmente «lasciati andare», visto che erano stati bloccati da un ordine di Hitler. Secondo una testimonianza, Hitler avrebbe giustificato la sua scelta dicendo: «non volevo mandare i carri armati nelle palude delle Fiandre; e gli inglesi in questa guerra non li rivedremo più».
Ma a parte questo episodio, sembra che Hitler traccheggiasse moltissimo sui progetti di attacco all'Inghilterra. E su questo ci sono molte testimonianze. Evidentemente, il suo obiettivo era quello di cercare di raggiugere il prima possibile una pace.
Tra le altre cose, va citato il fatto che l'aiuto tedesco all'Italia in Egitto fu molto risicato: Secondo il generale Thoma, Hitler voleva inviare «un contingente quanto più piccolo possibile». Forse per non turbare troppo gli inglesi. O forse, in questo caso, per non dare troppa forza all'Italia, e per non spingerla a passare al nemico.
Da molte testimonianze risulta che Hitler temeva un possibile cambio di alleanze da parte della Russia, e riteneva che l'Inghilterra non si sarebbe arresa finché non avesse capito che l'appoggio russo non ci sarebbe stato. Da qui, la necessità di fare un attacco preventivo alla Russia. Ma il fatto è che, per elaborare quell'ipotesi, Hitler non aveva nessuna prova. Non sembra davvero che la Russia stesse pensando di cambiare fronte. E i generali tedeschi lo sapevano.
Da cosa ricavava, dunque, quell'idea, il Fuhrer?
Forse, dal ricordo di Napoleone. Il quadro di uno scontro con l'Inghilterra e la Russia ricalcava gli eventi che avevano portato alla sconfitta di Napoleone, ed ora potevano ripetersi. Quanto meno nella sua mente! In realtà, non c'era nessun motivo per cui la Russia si sarebbe dovuta alleare con l'Inghilterra contro la Germania.
Gli storici hanno cercato di spiegare questi vari fatti cercando delle ragioni razionali. Ma forse la spiegazione va cercata in motivazioni ideologiche. Nel Mein Kampf, Hitler aveva teorizzato l'alleanza con l'Inghilterra e la sottomissione della Russia e degli slavi (considerati esseri inferiori). E' ovvio, quindi, che i generali, che non erano accecati dall'ideologia, cercassero di attuare delle strategie militari più efficaci.

Nel libro si discute di questo e di molto altro.
Il testo è diviso in due parti: la prima è dedicata ai singoli generali e al loro rapporto con Hitler e il partito nazista. La seconda parte segue gli eventi della Germania del periodo nazista e li mette in relazione con l'esercito e i suoi vertici.
Un testo un po' pesante, ma certamente interessante!

Saluti.
Alla prossima.

Ti potrebbe interessare anche

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...